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Mostre fotografiche
presso Cineporto 2005
a cura del Centro Sperimentale di Fotografia.

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NICOLETTA DIAMANTI e LINDA DE' NOBILI - selezione foto

Nicoletta Diamanti e Linda de' Nobili


Utilizzano il mezzo fotografico come strumento non di "documentazione oggettiva" della realtà(una oggettività che in realtà non esiste mai, tanto meno menno nel caso della fotografia), ma di sottolineatura delle "alterità" e della loro dignità, attraverso immagini relative non solo all'Italia ma a vari altri contesti geografici e culturali, dall'india al marocco, dalla Francia alla Tunisia, dal Mozambico al Libano, dalla Namibia alla Siria, dalla Giordania a Cuba.
Sottolineatura di tutte le "alterità": quella di genere, quella di etnica, quella sociale, quella di orientamento sessuale, quella culturale,quella dell'antagonismo e della lotta, quella identitaria, perché sono le diversità che fanno la ricchezza del Mondo e che costituiscono la base per il dialogo come per la lotta contro le oppressioni, le discriminazioni e le omologazioni.
In questa logica, le due autrici hanno realizzato mostre fotografiche a Roma, dall'anno 2000, in sedi come il Museo nazionale Etnografico "Luigi Pigorini"( nell'ambito dell'iniziativa sulla cultura marocchina La Casbah), ilClub di cultura gay Events(in collegamento con una iniziativa di presentazione del libro sull'omosessualità nel Medioevo islamico Fichi e frutti del sicomoro, dell'antropologo Silvio Marconi- Fabio Croce Edizioni), la Seconda Edizione del Premio Nazionale di musica e parole "Fabrizio De Andrè" organizzata a Magliana nel 2004 dal Municipio Roma XV, la sede di Arci-Solidarietà del Lazio(in una iniziativa sulle culture mediterranee), oltre che a Lesola in occasione di un festival ambientalista.
Le Fotografie delle due autrici sono inoltre utilizzate dal quindicinale milanese COME, che si occupa dei temi dell'intercultura.

Reti Mediterranee sulla scia di Fabrizio De Andrè”- Silvio Marconi 

Fabrizio De André non era romano e le foto di Nicoletta Diamanti e Linda De' Nobili, ispirate all'album di De André "Creuza de mä", qui presentate, in apparenza non riguardano direttamente Roma, eppure l'uno e le altre appartengono pienamente all'orizzonte più vero con cui devono fare i conti, lo vogliano o no, coloro che vivono a Roma. Gli appartengono più delle copie delle sub-culture d'oltreoceano che pervadono il nostro presente e delle stesse esaltazioni di una romanità mistificata, depurata ad arte dell'orrore e della rapina, del sangue e dello schiavismo che la contraddistinsero nei fatti anche nei suoi personaggi apicali, da Cesare a Cicerone.
Infatti, De André ci riporta ad una realtà di "reti" fra culture, genti, elementi materiali ed immateriali che hanno contraddistinto il Mediterraneo fin dalla protostoria e di nuovo nella fase fenicio-punica ed in quella medievale dell'apogeo islamico.
Se la strategia espansionista, monocentrica ed omologante della antica Roma repubblicana e poi imperiale (che tanto ricorda quella attuale di un'altra potente Repubblica sulla via di farsi "Impero"...) ha sostanzialmente negato e lacerato il senso di quella "rete" e se le storiografie asservite ai tanti poteri che in diverso modo si sono fatti scudo, nei millenni, della "romanità" e delle sue concezioni hanno contribuito fortemente a censurarci (nei processi formativi e nell'immaginario collettivo) il valore eccezionale e l'esistenza stessa di quelle "reti", la cultura orale e parte di quella stessa scritta del Mediterraneo si è sforzata di mantenere viva quella realtà, da Ibn Hamdis a Ciullo d'Alcamo, dai troubadours provenzali a Boccaccio, da Dante a Cervantes, da Cecco Angiolieri a Villon.
Ciò permette oggi di affrontare la battaglia per la rivalorizzazione di quelle logiche "a rete" senza la quale il declino dell'Italia non si invertirà e di farlo ognuno coi suoi linguaggi, dalla canzone alla ricerca storiografica, dalla fotografia all'antropologia, dall'autorganizzazione sociale alla poesia; in questo quadro, è necessario ricordare che Fabrizio De André è stato cantore eccezionale di quelle reti, intrise di alterità e di figure censurate, come di altri tipi di "alterità": sessuale, di chi è reso bandito, esplicitamente anarchica, di chi rifiuta la guerra, di prostitute e indigeni delle Pianure nordamericane, di detenuti ed emarginati, di pastori sardi e soggetti del Maggio '68.
Lo ha fatto "contaminando" in positivo i versi di George Brassens e gli slogans del '68 , le ballades medievali ed i ritmi mediorientali, la tradizione folklorica italiana e le poesie anglosassoni, in particolare nella raccolta, creata e prodotta assieme a Mauro Pagani "Creuza de mä", ventuno anni fa.
Essa rappresenta un approccio "a rete" verso le "reti mediterranee", collegandosi a quelli dei più alti esempi di attenzione a quella dimensione come alla realtà di tutti i "diversi", da Genet a Pasolini, da Sartre a Fanon a De Martino, tanto più che le canzoni di "Creuza de mä" non erano pezzi atemporali o riferiti al passato, ma ci parlavano e continuano a parlarci di un'attualità e di una rimozione forzosa delle radici che, nel Mediterraneo, non è meno drammatica oggi rispetto a quanto lo fosse nel 1984.
Così, in "Creuza de mä" troviamo l'eco diretta e terribile delle stragi compiute in Libano solo due anni prima dalle truppe israeliane guidate da Sharon (in "Sidun") accanto alla rottura della censura storica sulle figure dei tanti che nei secoli fra il XIV ed il XVI, nati Cristiani e convertitisi all'Islam (in cattività o dopo diserzioni e fughe dai Paesi e dalle armate cristiane) svolsero ruoli attivi, anche di alto comando, nella lotta armata condotta dalle flotte musulmane contro le potenze cattoliche nel Mediterraneo (in "Sinàn Capudàn Pascià").
Per questo non ha nulla di casuale rifarsi a De André e specificamente a "Creuza de mä" come indicazione metodologico-percettiva per altri tipi di approcci verso la realtà mediterranea, la sua complessità, anche la sua drammaticità: é' questa la scelta compiuta da Nicoletta Diamanti e Linda de' Nobili, che usano l'occhio e la macchina fotografica per sviluppare un approccio "a rete" a quel Mediterraneo tanto ricco di "diversità" quanto violentato e rapinato, di risorse e di identità, di storia e di verità, di cui Roma come città, come comunità cosmopolita, più che come erede di fasti intrisi di sangue, fa parte integrante.
Una scelta che è omaggio non rituale a De Andrè proprio perché non "illustra" le sue canzoni né si appiattisce ad inseguirne i versi, che sono invece utilizzati come stimoli, ripercorrendo i sentieri fecondi delle interconnessioni "a rete" che hanno caratterizzato e devono tornare a caratterizzare, attraverso impegno e lotta, il Mediterraneo, per farne baluardo di diritti, interculturalità, pace e riconoscimento delle "diversità" come ricchezze, senza separare difesa dei diritti di una singola "diversità" (etnica, sessuale, culturale, identitaria, di orientamento sessuale) dalla lotta per quelli di tutte le altre.
Una scelta che vuole parlare ai Romani, come già è avvenuto nelle mostre realizzate negli scorsi mesi ad Ostia e nel Municipio XV (Magliana), questa (svoltasi a giugno 2004) in collegamento con il Premio Nazionale di Musica e Parole "Fabrizio De André" che vi si svolge annualmente; parlare loro del fatto che la cultura, l'identità stessa di questa città, dietro le immagini di cartapesta, hollywoodiane, mussoliniane della romanità fatta di ori e legioni, busti e colonnati, è figlia in verità della interazione millenaria di genti nordafricane, iberiche, mediorientali, sarde, campane, marsigliesi, italiche, con presenze multireligiose che includevano la più antica comunità ebraica della Penisola italiana, quelle orientali dei culti di Iside e Mitra e dei nuclei protocristiani e con apporti musicali, linguistici, gastronomici, nella moda, nell'architettura, nel trattamento corporale, nella tecnologia che nei secoli sono venuti largamente da quelle stesse regioni africane, asiatiche e delle Americhe da cui provengono oggi la maggior parte degli immigrati extraeuropei nella città.
Apporti che, per restare al "Vecchio Mondo" extraeuropeo, vanno dalle pesche (le "persiche", di origine persiana) alla carta, dai giardini palaziali alla birra, dagli strumenti a corda alla seta, dalle percussioni all'algebra, dall'arco ogivale al rosario, dal broccato alle arance, dagli intarsi alle simbologie centrate sulle rose, dalle ceramiche "a lustro" alle ballate ed a molto altro.
Questi apporti non sono concepibili e, di fatto, non sono evidenziati nella scuola, nei media, nei molteplici luoghi di produzione dell'immaginario collettivo e delle riflessioni ed elaborazioni individuali, a Roma ed in Italia, perché una coltre di rimozione etnocentrica, sciovinista, spesso razzista grava ancora a negare l'esistenza ed il valore, nel passato e potenzialmente nel futuro, di quelle reti mediterranee a cui tali apporti appartengono organicamente.
Per questo, ogni contributo verso la lacerazione di quella rimozione, sia esso quello delle canzoni di De André o quello delle foto di de' Nobili e Diamanti o quello di chi oggi si impegna in vario modo a superare le mistificazioni storiche, ci riguarda tutti, lo si voglia o no, a Roma ed altrove, come ancora De André afferma magistralmente nelle parole di una sua notissima canzone del 1973, ispirata al Maggio '68 (Ballata del Maggio):
...anche se voi vi credete assolti,
siete lo stesso coinvolti!


Silvio Marconi - antropologo, autore del libro "Reti Mediterranee"