Nicoletta Diamanti e Linda de' Nobili
Utilizzano il mezzo fotografico come strumento non di "documentazione
oggettiva" della realtà(una oggettività che in realtà
non esiste mai, tanto meno menno nel caso della fotografia), ma di sottolineatura
delle "alterità" e della loro dignità, attraverso
immagini relative non solo all'Italia ma a vari altri contesti geografici
e culturali, dall'india al marocco, dalla Francia alla Tunisia, dal
Mozambico al Libano, dalla Namibia alla Siria, dalla Giordania a Cuba.
Sottolineatura di tutte le "alterità": quella di genere,
quella di etnica, quella sociale, quella di orientamento sessuale, quella
culturale,quella dell'antagonismo e della lotta, quella identitaria,
perché sono le diversità che fanno la ricchezza del Mondo
e che costituiscono la base per il dialogo come per la lotta contro
le oppressioni, le discriminazioni e le omologazioni.
In questa logica, le due autrici hanno realizzato mostre fotografiche
a Roma, dall'anno 2000, in sedi come il Museo nazionale Etnografico
"Luigi Pigorini"( nell'ambito dell'iniziativa sulla cultura
marocchina La Casbah), ilClub di cultura gay Events(in collegamento
con una iniziativa di presentazione del libro sull'omosessualità
nel Medioevo islamico Fichi e frutti del sicomoro, dell'antropologo
Silvio Marconi- Fabio Croce Edizioni), la Seconda Edizione del Premio
Nazionale di musica e parole "Fabrizio De Andrè" organizzata
a Magliana nel 2004 dal Municipio Roma XV, la sede di Arci-Solidarietà
del Lazio(in una iniziativa sulle culture mediterranee), oltre che a
Lesola in occasione di un festival ambientalista.
Le Fotografie delle due autrici sono inoltre utilizzate dal quindicinale
milanese COME, che si occupa dei temi dell'intercultura.
Fabrizio De André non era romano e le foto di Nicoletta
Diamanti e Linda De' Nobili, ispirate all'album di De André "Creuza
de mä", qui presentate, in apparenza non riguardano direttamente
Roma, eppure l'uno e le altre appartengono pienamente all'orizzonte
più vero con cui devono fare i conti, lo vogliano o no, coloro
che vivono a Roma. Gli appartengono più delle copie delle sub-culture
d'oltreoceano che pervadono il nostro presente e delle stesse esaltazioni
di una romanità mistificata, depurata ad arte dell'orrore e della
rapina, del sangue e dello schiavismo che la contraddistinsero nei fatti
anche nei suoi personaggi apicali, da Cesare a Cicerone.
Infatti, De André ci riporta ad una realtà di "reti"
fra culture, genti, elementi materiali ed immateriali che hanno contraddistinto
il Mediterraneo fin dalla protostoria e di nuovo nella fase fenicio-punica
ed in quella medievale dell'apogeo islamico.
Se la strategia espansionista, monocentrica ed omologante della antica
Roma repubblicana e poi imperiale (che tanto ricorda quella attuale
di un'altra potente Repubblica sulla via di farsi "Impero"...)
ha sostanzialmente negato e lacerato il senso di quella "rete"
e se le storiografie asservite ai tanti poteri che in diverso modo si
sono fatti scudo, nei millenni, della "romanità" e
delle sue concezioni hanno contribuito fortemente a censurarci (nei
processi formativi e nell'immaginario collettivo) il valore eccezionale
e l'esistenza stessa di quelle "reti", la cultura orale e
parte di quella stessa scritta del Mediterraneo si è sforzata
di mantenere viva quella realtà, da Ibn Hamdis a Ciullo d'Alcamo,
dai troubadours provenzali a Boccaccio, da Dante a Cervantes, da Cecco
Angiolieri a Villon.
Ciò permette oggi di affrontare la battaglia per la rivalorizzazione
di quelle logiche "a rete" senza la quale il declino dell'Italia
non si invertirà e di farlo ognuno coi suoi linguaggi, dalla
canzone alla ricerca storiografica, dalla fotografia all'antropologia,
dall'autorganizzazione sociale alla poesia; in questo quadro, è
necessario ricordare che Fabrizio De André è stato cantore
eccezionale di quelle reti, intrise di alterità e di figure censurate,
come di altri tipi di "alterità": sessuale, di chi
è reso bandito, esplicitamente anarchica, di chi rifiuta la guerra,
di prostitute e indigeni delle Pianure nordamericane, di detenuti ed
emarginati, di pastori sardi e soggetti del Maggio '68.
Lo ha fatto "contaminando" in positivo i versi di George Brassens
e gli slogans del '68 , le ballades medievali ed i ritmi mediorientali,
la tradizione folklorica italiana e le poesie anglosassoni, in particolare
nella raccolta, creata e prodotta assieme a Mauro Pagani "Creuza
de mä", ventuno anni fa.
Essa rappresenta un approccio "a rete" verso le "reti
mediterranee", collegandosi a quelli dei più alti esempi
di attenzione a quella dimensione come alla realtà di tutti i
"diversi", da Genet a Pasolini, da Sartre a Fanon a De Martino,
tanto più che le canzoni di "Creuza de mä" non
erano pezzi atemporali o riferiti al passato, ma ci parlavano e continuano
a parlarci di un'attualità e di una rimozione forzosa delle radici
che, nel Mediterraneo, non è meno drammatica oggi rispetto a
quanto lo fosse nel 1984.
Così, in "Creuza de mä" troviamo l'eco diretta
e terribile delle stragi compiute in Libano solo due anni prima dalle
truppe israeliane guidate da Sharon (in "Sidun") accanto alla
rottura della censura storica sulle figure dei tanti che nei secoli
fra il XIV ed il XVI, nati Cristiani e convertitisi all'Islam (in cattività
o dopo diserzioni e fughe dai Paesi e dalle armate cristiane) svolsero
ruoli attivi, anche di alto comando, nella lotta armata condotta dalle
flotte musulmane contro le potenze cattoliche nel Mediterraneo (in "Sinàn
Capudàn Pascià").
Per questo non ha nulla di casuale rifarsi a De André e specificamente
a "Creuza de mä" come indicazione metodologico-percettiva
per altri tipi di approcci verso la realtà mediterranea, la sua
complessità, anche la sua drammaticità: é' questa
la scelta compiuta da Nicoletta Diamanti e Linda de' Nobili, che usano
l'occhio e la macchina fotografica per sviluppare un approccio "a
rete" a quel Mediterraneo tanto ricco di "diversità"
quanto violentato e rapinato, di risorse e di identità, di storia
e di verità, di cui Roma come città, come comunità
cosmopolita, più che come erede di fasti intrisi di sangue, fa
parte integrante.
Una scelta che è omaggio non rituale a De Andrè proprio
perché non "illustra" le sue canzoni né si appiattisce
ad inseguirne i versi, che sono invece utilizzati come stimoli, ripercorrendo
i sentieri fecondi delle interconnessioni "a rete" che hanno
caratterizzato e devono tornare a caratterizzare, attraverso impegno
e lotta, il Mediterraneo, per farne baluardo di diritti, interculturalità,
pace e riconoscimento delle "diversità" come ricchezze,
senza separare difesa dei diritti di una singola "diversità"
(etnica, sessuale, culturale, identitaria, di orientamento sessuale)
dalla lotta per quelli di tutte le altre.
Una scelta che vuole parlare ai Romani, come già è avvenuto
nelle mostre realizzate negli scorsi mesi ad Ostia e nel Municipio XV
(Magliana), questa (svoltasi a giugno 2004) in collegamento con il Premio
Nazionale di Musica e Parole "Fabrizio De André" che
vi si svolge annualmente; parlare loro del fatto che la cultura, l'identità
stessa di questa città, dietro le immagini di cartapesta, hollywoodiane,
mussoliniane della romanità fatta di ori e legioni, busti e colonnati,
è figlia in verità della interazione millenaria di genti
nordafricane, iberiche, mediorientali, sarde, campane, marsigliesi,
italiche, con presenze multireligiose che includevano la più
antica comunità ebraica della Penisola italiana, quelle orientali
dei culti di Iside e Mitra e dei nuclei protocristiani e con apporti
musicali, linguistici, gastronomici, nella moda, nell'architettura,
nel trattamento corporale, nella tecnologia che nei secoli sono venuti
largamente da quelle stesse regioni africane, asiatiche e delle Americhe
da cui provengono oggi la maggior parte degli immigrati extraeuropei
nella città.
Apporti che, per restare al "Vecchio Mondo" extraeuropeo,
vanno dalle pesche (le "persiche", di origine persiana) alla
carta, dai giardini palaziali alla birra, dagli strumenti a corda alla
seta, dalle percussioni all'algebra, dall'arco ogivale al rosario, dal
broccato alle arance, dagli intarsi alle simbologie centrate sulle rose,
dalle ceramiche "a lustro" alle ballate ed a molto altro.
Questi apporti non sono concepibili e, di fatto, non sono evidenziati
nella scuola, nei media, nei molteplici luoghi di produzione dell'immaginario
collettivo e delle riflessioni ed elaborazioni individuali, a Roma ed
in Italia, perché una coltre di rimozione etnocentrica, sciovinista,
spesso razzista grava ancora a negare l'esistenza ed il valore, nel
passato e potenzialmente nel futuro, di quelle reti mediterranee a cui
tali apporti appartengono organicamente.
Per questo, ogni contributo verso la lacerazione di quella rimozione,
sia esso quello delle canzoni di De André o quello delle foto
di de' Nobili e Diamanti o quello di chi oggi si impegna in vario modo
a superare le mistificazioni storiche, ci riguarda tutti, lo si voglia
o no, a Roma ed altrove, come ancora De André afferma magistralmente
nelle parole di una sua notissima canzone del 1973, ispirata al Maggio
'68 (Ballata del Maggio):
...anche se voi vi credete assolti,
siete lo stesso coinvolti!
Silvio Marconi - antropologo, autore del libro "Reti Mediterranee"